Category Archives: Esteri

REPUBBLICA: SUL FRONTE DI DEBALTSEVO CON I SOLDATI FILORUSSI Pietro del Re

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L’accordo di Minks, sul fronte ucraino, non suscita la reazione aspettata.
Il colonello indipendista Igor Sergeevic afferma che i patti sono solo carta straccia perché proprio come i precedenti non verranno rispettati, ribadendo che i filorussi non prendono ordini da nessuno, neanche dal governo di Donetsk perchè combattono per riconquistare le proprie case cadute nel territorio di Kiev.
La situazione, per i liberisti, si sta aggravando perché hanno perso la postazione di Dabaltsevo che è molto importante in quanto è uno snodo stradale e ferroviario che va riconquistato per la grande importanza strategica: collega infatti le due auto proclamate repubbliche separatiste. I combattimenti stanno diventando sempre più aspri in queste ore, in quanto i ribelli vogliono avvantaggiarsi in termini di controllo del territorio in previsione del cessate il fuoco.
I filorussi per riporre le armi vorrebbero il doppio del territorio delle due attuali repubbliche indipendenti, compreso l’importante scalo portuale industriale di Mariupul e il controllo della base militare di Kramatorsk, in pratica le maggiori ricchezze dell’Ucraina.
questo cessate il fuoco può avere effetti positivi sulla popolazione civile che ha il tempo di mettersi in fuga in un posto sicuro mentre per gli eserciti è solo l’occasione di riorganizzarsi e dalle postazioni conquistate nelle ultime ore sferrare attacchi pesanti per cercare di distruggere l’avversario.

14 febbraio 2015

REPUBBLICA: Migranti,Renzi all’Europa “Se l’Onu ci dà il via libera pronti ad andare in Libia” Alberto D’Argenio

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Dopo 300 morti nel Canale Di Sicilia, Matteo Renzi arriva a Bruxelles intenzionato a porre il tema immigrazione al livello più altro dei Capi di Stato e di governo dell’Unione. L’emergenza Libia non è solo un’emergenza italiana ed europea, ma internazionale importante come quella Ucraina. Il problema va risolto con determinazione con l’aiuto dell’Onu, evitando però di far diventare il Mediterraneo un cimitero. In un consiglio dominato da Ucraina e Grecia, l’Italia si spinge avanti chidendo chiedendo maggior aiuto alla comunità: sostenere con maggior determinazione il negoziato dell’Onu. Roma sarebbe pronta a mandare uomini,anche se le polemiche continuano e mezzi per garantire stabilità a Tripoli e mettere fine al dominio dei trafficanti di esseri umani. Anche a Bruxelles il clima non è sereno. Senza il contributo delle capitali l’esecutivo comunitario non può fare molto anche se la Commissione sta preparado un’agenda specifica sui flussi migratori. Martin Schulz sottolinea che servono più mezzi nazionali.

Tutti parlano di questi problemi ormai protratti dal 2011, ma nessuno riesce a concretizzare le proposte portate avanti dai vai stati risolvendo questi grandissimi disagi.

14 febbraio 2015

LA REPUBBLICA: “Piombino finisce agli algerini di Cervital” di Luisa Grion

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di Corrado Mallia

Cosa abbiamo capito:

Ecco un altro pezzo di Italia che finisce in mani estere. Ieri il ministero dello sviluppo ha dato il via libera per l’acquisizione dell’industria siderurgica di piombino, un investimento da circa 400 milioni di euro che prevedere il rilancio della produzione, con la costruzione di due forni elettrici.
Restano però due nodi da sciogliere: quello sui licenziamenti e quello del forno. La questione dei licenziamenti è stata affrontata direttamente, infatti l’azienda aveva previsto esuberi per 290 dipendenti e questi hanno ricevuto accettato un’offerta sulla buona uscita. Per quanto riguarda i forni l’unica questione aperta riguarda il forno vecchio che l’azienda algerina vuole dismettere.
Per quando riguarda l’industria siderurgica più grande d’Italia, l’Ilva di Taranto, sarebbe stato raggiunto un accordo tra i sindacati, i proprietari (Famiglia Riva) e lo stato, infatti lo stato sarebbe disposto ad entrare nell’ordinamento giuridico della società con un investimento di diversi milioni.

3 dicembre 2014

LA REPUBBLICA: ”Ricerca, mappe e mail l’unico rimedio è separarle” Di Anais Ginori

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Di Grecia Gonzales

«Google rappresenta l’85% del mercato dei motori di ricerca in Europa, addirittura più che negli Stati Uniti.» Per gli americani i manager del motore di ricerca sono i profeti del successo ma per la Ue, Francia e Germania cosi non è poiché temono di diventare una colonia digitale. Come era stato preannunciato nei giorni scorsi, oggi il Parlamento europeo ha votato una mozione con la quale invita la Commissione Europea – cioè l’organo esecutivo dell’Unione il suo “governo”,– a valutare soluzioni per costringere Google a separare le attività del suo motore di ricerca da quelle degli altri suoi servizi, creando se necessario due aziende distinte in Europa. La risoluzione non fa riferimento in modo esplicito a Google ma il testo parla comunque della necessità di separare i motori di ricerca dagli altri servizi, soprattutto se si trovano in una posizione dominante: Google in Europa ha il 90% del mercato delle ricerche online. Il Parlamento ha approvato la risoluzione con 384 voti a favore e 174 contrari, mentre altri 56 europarlamentari si sono astenuti. La votazione serve come proposta di indirizzo sulla linea che potrà tenere nei prossimi mesi la Commissione. I suoi commissari si sono insediati da poche settimane e hanno ereditato dalla Commissione precedente la questione ancora irrisolta della predominanza di Google nel mercato europeo, dove non ha praticamente concorrenti. La società statunitense è coinvolta in una serie di verifiche da parte dell’Autorità per la concorrenza in Europa: l’antitrust sostiene che Google utilizzi il suo motore di ricerca per promuovere molti altri suoi servizi, da quelli per fare pubblicità online a quelli per fare acquisti, fino alle applicazioni per la produttività. In questo modo servizi concorrenti hanno minori possibilità di farsi conoscere e non hanno mezzi comparabili a quelli di Google per avere visibilità. La Commissione Europea ha il potere per imporre a una azienda di separare alcune delle proprie attività, ma una decisione di questo tipo non è stata mai assunta. Il Parlamento invece non ha questo tipo di potere e può solo fare pressioni sulla Commissione invitandola a seguire un simile indirizzo, e anche in questo caso non era mai avvenuto prima che ci fosse una risoluzione simile. Dopo il suo insediamento la nuova Commissione si è presa del tempo sospendendo le verifiche su Google in modo da permettere al nuovo commissario della concorrenza, Margareth Vestager, di fare il punto sulla situazione. Il suo predecessore, Joaquin Alumina, aveva espresso in più occasioni la sua contrarietà a una richiesta di rendere il motore di ricerca una società separata di Google in Europa, e aveva anche sostenuto che la Commissione non avesse i poteri necessari per farlo. Aveva anche provato a raggiungere un accordo con Google, ma il suo mandato è scaduto senza che fossero ottenuti progressi rilevanti. La nuova Commissione appare per ora piuttosto divisa su cosa fare con Google. Il commissario Günter Oettinger, responsabile per economia e società digitali, ha detto di essere contrario a un provvedimento che obblighi Google a separare parte delle proprie attività. La questione non è però di sua diretta competenza e dipende più che altro da Vestager. Il commissario per il mercato unico digitale, Andrus Ansip, ha il compito di coordinare le attività della Commissione su questo punto e la risoluzione di oggi riguarda direttamente la sua area di competenza, perché fa esplicito riferimento a un piano piuttosto ambizioso dell’Unione Europea per creare un ambiente europeo unico nel quale le aziende europee, soprattutto di telecomunicazioni possano farsi concorrenza con minori vincoli geografici. Sull’iniziativa parlamentare nei giorni scorsi ci sono state diverse polemiche, sia legate alla proposta in sé sia su chi l’ha promossa. Il New York Times, per esempio, ha ricordato che l’europarlamentare tedesco del PPE Andreas Schwab, primo proponente della separazione di Google, aveva in passato fatto consulenze per uno studio legale della Germania che ha una controllata coinvolta in un’iniziativa avviata da alcuni editori europei per chiedere alla Commissione di proseguire con le verifiche antitrust contro Google. “Dobbiamo subito obbligare Google a scorporare le diverse attività di raccolta dati nelle sue varie diramazioni, dal motore di ricerca a Gmail, da Google Map a Google+. Decidere di vietare al gruppo americano di mischiare le sue fonti di raccolta dati è un primo passo contro l’abuso di posizione dominante” afferma il filosofo Frédéric Martel. In Europa ci sono 500 milioni di consumatori, siamo il primo mercato digitale del mondo. Noi siamo proprio dei nani. Siamo forti nei contenuti culturali, nello sviluppo dello streaming, da Spotify a Deezer, nelle applicazioni. Quel che manca alle nostre imprese sono i finanziamenti, una politica industriale dei governi. Meetic, Skype e Nokia sono stati ricomprati dagli americani, Price Minister e SuperCell dal Giappone motivo per cui l’Europa non è mai riuscita a imporsi. L’Europa si sente colonizzata, l’America è la colonizzatrice. Il potere monopolistico di Google è effettivamente più accentuato sul mercato europeo. Il motore di ricerca creato da Larry Page e Sergey Brin ha quasi il 90% di quota di mercato. I Padroni della Rete sono tutti americani chiamati Les Gafas dai Francesi che hanno coniato l’acronimo dalle iniziali di Google, Apple, Facebook e Amazon.
di Grecia Gonzales

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3 dicembre 2014

LA REPUBBLICA: “Arrestata al confine la moglie del Califfo si nascondeva tra i rifugiati siriani” di Alberto Stabile

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di Lorenzo Radice

Cosa abbiamo capito:

L’intelligence libanese ha messo a segno un colpo grosso, sia pure con l’aiuto di un apparato di spionaggio straniero, arrestando una delle tre mogli di Abu Bakr Al Baghdadi, il terrorista iracheno auto-proclamatosi Califfo, che vorrebbe conquistare il mondo. L’arresto è avvenuto al confine nord con la Siria. La donna, identificata da fonti libanesi come Saja Al Dulaimi, siriana, era con uno dei figli, un bambino o una bambina, di otto o nove anni e aveva con sé documenti falsi. Ci sono molte incertezze riguardo i dettagli della vicenda, ma quel che si sa per certo è che la donna è una delle tre mogli del Califfo. Sarebbe stata portata nella sede dei servizi di sicurezza, presso il ministero della Difesa, a Yarze, non lontano da Beirut, dove verrà interrogata e dove, il bambino o la bambina, con cui viaggiava è stato sottoposto a un test del Dna, che ne avrebbe confermato la parentela con Al Baghdadi. Altro dettaglio non secondario è che Saja Al Dulaimi, figlia di un esponente di punta della rivolta armata contro il regime di Assad, morto in battaglia nei pressi di Damasco, faceva parte del gruppo di 150 donne detenute dal regime siriano, rilasciate lo scorso mese di marzo, su mediazione del Qatar, in cambio della liberazione di 13 suore e tre assistenti prese in ostaggio nel monastero di Santa Tecla a Maaula. Ora si dice che Saja, dopo riaver acquistato la libertà fosse diretta a nord del Libano, dove, secondo alcuni servizi d’informazione libanesi hanno dato vita a una retrovia parecchio insidiosa. Quanto al Califfo, anche se gli esperti dubitano che Saja Al Dulaimi sia in possesso di informazioni cruciali sul marito, il prestigio di Al Baghdadi certamente ne soffre. Arrestata una delle mogli del Califfo Al Baghdadi! Con questa notizia si apre, o meglio si continua un nuovo capitolo a cui forse verrà data una svolta decisiva. La moglie del Califfo sa più di chiunque altro le intenzioni e i prossimi passi che il marito compierà, quindi ora viene tenuta sotto sorveglianza nella sede dei servizi di massima sicurezza in Libano e ci si aspetta che riveli qualcosa di importante alle autorità, ma anche a tutti noi.

3 dicembre 2014

IL FOGLIO: VALORI INALIENABILI, SACRALITÀ DELLA VITA, DIRITTI CRITICATI: UN NUOVO PAPA

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di Ela Parrino
«È giunta l’ora di costituire l’Europa che ruota intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili». Questo è ciò che ha detto il Papa tra gli applausi al termine del suo primo discorso a Strasburgo, dinnanzi al parlamento europeo. Tanti sono stati i temi toccati, dal lavoro che non c’è alla natura da rispettare, fino all’indice puntato contro chi dimentica che il Mediterraneo è ormai un “grande cimitero” per migranti che cercano futuro e salvezza. Francesco ha parlato anche della dignità trascendente dell’uomo, che significa fare appello alla sua natura, alla sua innata capacità di distinguere il bene dal male. L’Europa di oggi è più simile a una “nonna” che a una giovane ragazza “fertile e vivace” che sta lentamente perdendo la propria anima e quello “spirito umanistico” che ama e difende – ha osservato il Papa. «Un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose può essere anche più facilmente immune da tanti estremismi che dilagano nel modo odierno» sono le parole tratte dal discorso di Benedetto XVI pronunciate un mese prima dell’annuncio della sua abdicazione. Bergoglio parla anche delle persecuzioni che colpiscono quotidianamente le minoranze religiose, di persone che si trovano a essere oggetto di violenze, cacciate dalle proprie case e patrie, vendute come schiave, uccise, decapitate, crocifisse e bruciate vive, sotto il silenzio di tanti; c’è bisogno di pace ma non intesa come la semplice assenza di guerre, di conflitti, di tensioni. “Nella visione cristiana essa è frutto dell’azione libera dell’uomo che intende perseguire il bene comune nella verità e nell’amore”.
Le parole del Papa evidenziano la situazione attuale: tanta immigrazione a causa di guerre e persecuzioni. Ciò che più mi ha colpito nel suo discorso è come descrive l’Europa, una nonna che sta perdendo la propria anima. In effetti è proprio così. Ognuno pensa per se e non aiuta gli altri nei casi di difficoltà, come gli altri paesi europei stanno facendo con l’Italia riguardo al problema riguardante i migranti a Lampedusa.

27 novembre 2014

IL FOGLIO: Cosi l’Algeria è diventata lo snodo cruciale per il jihad dell’Africa Pio Pompa

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di Corrado Mallia
L’Algeria sembra svolgere un ruolo fondamentale di aiuto allo stato islamico insieme alla Libia e tutto sarebbe confermato da una inchiesta pubblicata a Madrid il 18 novembre scorso e realizzata da tre giornalisti iberici che lavorano per l’Istituto reale spagnolo di studi internazionali.
Secondo quanto scritto nell’articolo, in Algeria ci sarebbero i campi di addestramento finale prima del trasferimento in Siria e in Iraq. Sarebbero stati scelti questi due paesi perché c’è una forte presenza di un altro gruppo terroristico, denominata Ansar Adawla al Islama, che detiene il controllo completo di alcune zone.
Gli estremisti islamici recluterebbero nuovi soldati sui network islamici mettendo in difficoltà paesi come il Marocco e la Tunisia che sono islamici moderati, cioè ripudiano l’Isis, non riescono a bloccare i reclutatori su questi siti.
Gli jihadisti, dopo aver terminato l’addestramento, rientrano nei loro paesi di provenienza ma la maggior parte si aggrega alle cellule terroristiche più attive della zona del Nord Africa e solo una piccola parte raggiunge la Siria e l’Iraq.
L’Isis dev’essere bloccato e annientato però perché questo accada c’è bisogno di un azione congiunta internazionale per bloccare innanzi tutto il reclutamento su internet bloccando i siti sospetti e poi colpire direttamente con dei bombardamenti, anche solo aerei, nei punti di maggior concentrazione. Più si aspetta più l’Isis si rafforza e si espande ma quando si apriranno gli occhi sarà troppo tardi e il prezzo da pagare sarà molto alto in termine di vite umane e bellico

26 novembre 2014

IL SOLE 24 0RE: TITOLO IL BOOM DI VENDITE JEEP VOLANO PER FIAT-CHRYSLER Filomena Greco

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Il SOle 24ore/ Il boom di vendite Jeep volano per Fiat-Chrysler

COMMENTO di Ela Parrino

Le vendite dei marchi del Gruppo Fiat Chrysler sono aumentate in Europa, nel mese di ottobre, dell’8,4%, un risultato migliore del mercato per la seconda volta a partire dal luglio scorso. Questo dato è stato favorito in particolare dalla crescita delle vendite delle Jeep, il cui costo è aumentato del 74% nell’arco di un anno e arrivando a 4300 il mese scorso. Segno che il Gruppo comincia a raccogliere i frutti di una nuova strategia che ha visto quest’anno entrare in produzione due nuovi modelli, Jeep Renegade e 500X, che entreranno nei concessionari a partire da gennaio 2015. L’anno prossimo dovrà invece contare sulla Giulia e il Suv Levante a marchio Maserati. Il “pilotino” della Giulia inizierà la sua produzione tra marzo e aprile e dovrebbe essere assegnata allo stabilimento di Cassino, dove si produce la Giulietta, mentre entro fine 2015 dovrebbe essere pronto il Suv Levante destinato a Mirafiori, dove viene prodotta l’Alfa Mito. In linea generale il 2015 sarà l’anno in cui il rilancio di Alfa Romeo entrerà nel vivo.

È stato un passo importante per la nostra casa automobilistica, la Fiat, aggregarsi con una casa americana, Chrysler, perché da come possiamo notare i profitti sono aumentati sensibilmente, e ciò contribuisce all’arricchimento del nostro paese. Inoltre, possiamo dire che questa unione ha aperto la Fiat a un commercio internazionale, aumentando il numero di vendite.

 

COMMENTO di Aaron Paul Cruz

Troppo presto per parlare di tendenze. Ma quel che è certo è che le vendite dei marchi del Gruppo Fiat Chrysler sono aumentate in Europa, nel mese di ottobre, dell’8,4 %, un risultato migliore del mercato per la seconda volta nell’arco di pochi mesi. Sono dunque le vendite delle vetture Jeep, Renegade, Cherokee e Grand Cherokee che incidono sulla media complessiva. Tra marzo e aprile dovrebbe essere pronto il pilotino della Giulia, la cui produzione dovrebbe essere assegnata allo stabilimento di Cassino, dove si produce Giulietta. Gli stabilimenti italiani, Mirafiori e Cassino in testa, scommettono però su un secondo nuovo modello già nel 2016, mentre Melfi andrà a regime, nei prossimi mesi, con una produzione. In linea generale, il 2015 sarà l’anno in cui il rilancio di Alfa Romeo entrerà nel vivo. L’obiettivo è quello di portare la produzione di vetture a marchio Alfa dalle 74mila del 2013 alle 400mila del 2018, con la Giulia, che potrebbe andare in produzione già l’anno prossimo, e sette tra nuovi modelli e restyling entro il 2018. La strategia annunciata dal Lingotto nel mese di maggio prende dunque forma, con una serie di variabili ancora da definire nei prossimi mesi. Invece nel punto di vista industriale restano ancora un’incognita i progetti di due nuove vetture, nel segmento B e C. Le auto che prenderanno il posto di Punto e Bravo e la Pandona.

 

 

19 novembre 2014

CORRIERE: La Cina affronta la nuova frenata e il partitotorna sotto pressione

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di Lorenzo Radice
In Cina niente è mai bianco o nero, sono le sfumature che prevalgono, anche in economia, dove la crescita del Prodotto interno lordo del terzo trimestre è scesa al 7.3%: il livello più basso dal 2009. Per quest’anno il governo aveva posto un obbiettivo del 7.5%. Le Borse internazionali hanno tuttavia reagito bene perché i timori erano in effetti di una frenata più consistente, sotto il 7%. Un ulteriore calo cinese spingerebbe tuttavia al ribasso anche la crescita degli Stati Uniti: un punto percentuale in meno nell’espansione del Pil a Pechino, secondo Moody’s Analytics, ha lo stesso effetto negativo di un aumento di 20 dollari nel prezzo del barile di petrolio. In questo caso il danno sarebbe ancora più grave per i produttori di materie prime, dall’Australia all’Indonesia e al Brasile, che contano su una forte domanda dell’industria cinese. Le parole chiave sono: meno investimenti, meno debito e più consumi. Per decenni la Cina si è retta sulle esportazioni spinte dal basso costo del lavoro e sugli investimenti enormi in infrastrutture e sviluppo edilizio. La Fabbrica del Mondo soffre di un eccesso di capacità produttiva, dove nel settore immobiliare, che conta più di un quarto del Pil ci sono più di 10 milioni di case invendute. Il vero problema della Cina, come da noi, è il lavoro. Una crescita del 7%, che in occidente sarebbe un miracolo, in Cina non basta: si dovrebbe avere un minimo del 7.2% per creare ogni anno i 10 milioni di posti di lavoro attesi dal miliardo e trecento milioni di cinesi. La Cina è il paese che, nonostante la crisi in Europa e in America è in lento, ma costante sviluppo e ciò la fa diventare un potenza economica mondiale. Di certo la Cina presenta molti più abitanti di quanti ne presenti l’Europa e quindi le negatività vengono in qualche modo un po’ attutite. Noi dovremmo ispirarci al modello cinese.

23 ottobre 2014

Il Giornale: QUEI GIOVANI LAUREATI CHE FANNO GLI SPAZZINI

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 Giornale 08/10/2014

di Lorenzo Radice

Giuseppe Spizzino, 27 anni, laureato in ingegneria edile fa lo spazzino a Napoli. «Anche se mi chiamo Spizzino, mai avrei creduto di ridurmi a fare lo spazzino – racconta Giuseppe al Giornale -. Ero però stufo di fare il disoccupato e vivere alle spalle dei genitori. Vorrei andare a vivere da solo e farmi una famiglia, invece raccolgo monnezza dalla mattina alla sera. Sono tra i più giovani, considerando che i miei colleghi hanno un età media di cinquantacinque anni e sui trecento operatori ecologici in servizio la metà risulta “parzialmente inabile” alla raccolta rifiuti». Giuseppe con queste parole si collega a un articolo che tre anni fa uscì su Repubblica con un titolo simile a quello del Giornale di oggi; l’articolo di tre anni fa parla di un altro ragazzo che con enormi sacrifici famigliari, è riuscito a laurearsi a pieni voti, ma nonostante tutto si è ridotto a fare lo spazzino a Palermo, con stipendio di 1000 € e turni che vanno dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Storie di questo tipo ormai in Italia non sono un’eccezione, anche perché molti giovani italiani vogliono mestieri prestigiosi. Ma basta fare un giro al Salone dei giovani a Torino o a Genova per rendersi conto che per un giovane laureato che riesce a realizzarsi nella professione per quale ha studiato, ce ne sono 10 che devono ripiegare su attività di seconda o terza fascia, lavori che se tutto va bene si guadagna 1000 euro al mese, ma con almeno la soddisfazione di avere un posto lavorativo a tempo indeterminato. L’alternativa è quella di essere disoccupati. Solo qua in Italia succede così perché ad esempio in Svizzera un comune spazzino urbano guadagna 3600 euro al mese, una paga che qua da noi risulta essere quella di un avvocato con alle spalle una carriera piuttosto prestigiosa.Inoltre bisognerebbe lasciare spazio ai giovani, garantire loro sicurezza e fiducia nei confronti dello Stato, per quanto riguarda l’ambito lavorativo, ma ormai l’Italia politica” sta cercando di risistemare le cose per un paese che ormai gli è contro.

9 ottobre 2014